Orfey Studio

Alla scoperta del meraviglioso mondo della musica classica

Mozart, Beethoven, Chopin: insegnanti di prestigio

Per molti famosi musicisti e compositori, dover arrotondare il loro, ahimè, spesso modesto guadagno con lezioni private a giovani facoltosi e signorine di buona famiglia, anche di nessun talento, interesse, o rispetto nei loro confronti, era solo il male minore rispetto a morire di fame.

Mozart ebbe molti allievi, e pare fosse un bravo insegnante, quando l’allievo ne meritava uno. La lettera al padre del 15 novembre 1778, spedita da Mannheim e riguardante la signorina Rose Cannabich, figlia tredicenne del suo mecenate di allora, è interessante anche perché, oltre a contenere i peana della talentuosa allieva, segno che, alla bravura dell’alunno, corrispondeva l’entusiasmo del maestro, se ne possono ricavare informazioni sul metodo didattico di Mozart: “È molto abile e impara facilmente. La mano destra è molto buona, ma la sinistra purtroppo è completamente rovinata. Posso dire che ho spesso pietà di lei, quando vedo che s’affanna e non per inabilità, ma perché proprio non può fare diversamente, perché è già abituata così e non le hanno insegnato nient’altro. […] Se ora io fossi formalmente il suo maestro le toglierei tutte le partiture, coprirei il suo piano con un grande fazzoletto e le farei fare con la destra e la sinistra solo passaggi, trilli, mordenti, esercizi etc., finché la mano non si sia completamente rimessa, e solo dopo queste esercitazioni mi fiderei a fare di lei una vera pianista. Perché, dopo, tutto, è un peccato. Ha molta genialità, legge davvero “passable”, ha molta leggerezza naturale e suona con molto sentimento”. Tuttavia, l’insegnamento non era in cima alla lista delle priorità di Mozart; per lui non era una “missione”, ma, drasticamente, o un lavoro, o un aiuto a qualcuno che gli piaceva. La sonata per pianoforte n. 7 (K 309) è stata composta proprio negli anni di Mannheim, e probabilmente è una di quelle fatte studiare a Rose; anzi, pare che l’Andante ne sia una sorta di “ritratto”.

Qualcuno che sarebbe stato interessante vedere all’opera come insegnante è Beethoven. Beethoven ebbe pochissimi allievi, tra cui Czerny, probabilmente a causa del lungo apprendistato presso diversi maestri (ricordiamo Salieri e Haydn; ricordiamo altresì che Salieri l’aveva proposto a Mozart, ma lui l’aveva rifiutato per “non avere tempo”), per la sordità che lo colpì, e per il fatto che questa sofferenza esacerbò il suo carattere già alquanto spinoso. Se è vera la leggenda che Beethoven tirava i piatti dietro alla cameriera, e che suo nipote Karl, che gli era stato affidato, arrivò a tentare il suicidio per sottrarsi ai continui rimproveri dello zio, non è difficile immaginare Czerny completamente in tilt al pianoforte mentre Beethoven gliene dice di tutti i colori.

Questo è Carl Czerny (1791-1857), pianista, compositore e didatta. Tra l’altro, insegnò a Liszt.

Tra tutti i famosi musicisti che, incastrati con allievi che a loro dovevano immancabilmente apparire ottusi oltre ogni dire, provavano una sofferenza paragonabile solo a quella di Muzio Scevola quando si carbonizzò la mano destra, spicca come una mosca bianca Chopin.

Per Chopin, l’insegnamento era parte integrante della sua attività come musicista. Aveva anche iniziato a scrivere un metodo didattico, purtroppo rimasto incompiuto a causa della scarsa pazienza del nostro con la penna. Chopin era estremamente selettivo nell’accettare allievi: non dava lezioni a bambini e principianti, ma solo a chi gli sembrava in grado di capire e mettere in atto quello che gli avrebbe insegnato. Con questi eletti, lavorava anche più ore al giorno (finché lo studente non riusciva a tirare fuori dal pianoforte esattamente quello che voleva lui, e nel modo in cui lo voleva lui, capendolo appieno) di solito a casa sua, o dove fosse presente un pianoforte Pleyel, facendosi lasciare 20 franchi di compenso sulla mensola del camino (Kalkbrenner, il pianista più famoso e arrogante di Parigi, ne chiedeva 15!). Nell’iniziare un nuovo allievo ai misteri del pianoforte, Chopin non lo faceva partire dalla posizione della mano che insegnano tutte le persone normali, ma, come scrive il suo biografo Niecks, riportando la testimonianza di M.me Dubois: “Per lui la normale posizione della mano […] era sopra i tasti mi, fa diesis, sol diesis, la diesis, si… Chopin faceva iniziare lo studio delle scale con quella di si maggiore, molto lentamente, senza rigidezze. L’obiettivo primario era la flessibilità.” Questo doveva conferire sin da subito alla mano grazia e agilità. Non voleva vedere posture rigide, e non voleva sentir pestare sui tasti, un suono che lui definiva “l’abbaiare di un cane”.  Uno dei punti su cui insisteva maggiormente era infatti la scorrevolezza: non gli bastava la perfezione tecnica, ma voleva sentimento, voleva comprensione di quello ce si stava suonando; la sua regola era: “suona come senti”, altrimenti, era come recitare una poesia in una lingua sconosciuta, senza avere idea di quello che si sta dicendo. Sebbene fosse solitamente gentile, stando alle testimonianze di alcuni allievi, come M.me Rubio, le esecuzioni trascurate scatenavano il suo lato oscuro, con grande spavento degli allievi. Pare che si portasse dietro una scorta di matite, per fare a pezzi quelle invece dell’allievo, da cui pretendeva massimo impegno e serietà. Era severo ma paziente fino all’ostinato, comprensivo verso l’alunno, infervorato da una sorta di sacro ardore di portare l’allievo al proprio livello. Ovviamente, gli studenti lo idolatravano e si sarebbero sdraiati sui binari del treno se lui l’avesse chiesto. Come dargli torto?

Ecco l’op. 36, sul cui manoscritto molti segni a matita, per lo più riguardanti diteggiatura e uso del pedale, mostrano che essa veniva sottoposta agli allievi. Tra di loro, pochi sono diventati famosi: i migliori tre, Filtsch, la Hartmann e Gunsberg, morirono giovanissimi; a fornirci preziose testimonianze sono per esempio M.me Rubio e M.me Dubois; ricordiamo anche la scozzese Jane Stirling, che instaurò con Chopin una profonda amicizia (e si innamorò di lui, non ricambiata). Era proprio la Stirling a possedere il manoscritto con le annotazioni del brano seguente.

A noi arrivati troppo tardi, nell’attesa che inventino la macchina del tempo, non resta che immaginare il nostro compositore preferito in piedi accanto al pianoforte mentre suoniamo i suoi capolavori, e seguire i suoi consigli.

Fonte: https://lamantedimusicaclassicaimbruttito.wordpress.com

Tamara

Mi chiamo Tamara, sono nata a San Pietroburgo ma vivo a Roma. Sono una pianista diplomata al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, dove lavoro, insegnando pianoforte, e collaboro con diverse orchestre nazionali ed europee. Sono anche l’autrice di questo blog.

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